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La parola parlata dalla Roma antica al podcasting. Articolo del blog del podcast producer Gabriele Beretta

La parola parlata dalla Roma antica al podcasting

Riscoprire l’importanza della parola parlata: un viaggio dalla Roma antica al podcasting contemporaneo, partendo da Sirmione.

In questo percorso che attraversa epoche e civiltà, vado alla scoperta del potere della comunicazione orale. Da Sirmione, dove le antiche rovine risuonano ancora dei suoni del passato, passando per la Roma arcaica, per poi fare un balzo in avanti nella nostra contemporaneità.

Sirmione, oltre a offrire una vista mozzafiato sul Lago di Garda, è un concentrato di storie antiche, nascoste tra gli ulivi. Domenica scorsa, approfittando della calma invernale, ho visitato le famose “Grotte di Catullo”: imponenti resti di una villa imperiale romana che domina la punta della penisola.
Mi sono immerso nell’atmosfera di questa affascinante area archeologica e ho immaginato i suoni che animavano questa villa a quei tempi. Non cercavo immagini sonore complesse o romantiche, ma semplici suoni della vita quotidiana. Ho pensato al chiasso dei bambini e alle chiacchiere tra gli abitanti. Alle voci di servi e schiavi. Alla musica che intratteneva gli ospiti durante i banchetti e i festeggiamenti. Al suono dell’acqua nelle terme e al sottofondo costante delle acque del lago. Immaginare i suoni e le voci di un’epoca antica è un modo potente per coltivare una connessione più profonda e coinvolgente con la storia.

L’importanza della parola parlata nella Roma antica

Ripensando a questa esperienza, mi è tornato in mente un incontro a Festivaletteratura, nel 2022, con l’antropologo e filologo Maurizio Bettini. Durante la sua lectio dal titolo “Echi della parola antica”, Bettini aveva affrontato questa domanda chiave: qual era il ruolo della parola parlata nell’antichità? Attraverso un coinvolgente viaggio nel tempo, Bettini aveva esplorato l’importanza dell’oralità nella trasmissione del sapere e delle tradizioni durante l’epoca della Roma arcaica.

Possiamo davvero immaginare il funzionamento di una società in cui la scrittura era scarsa e la comunicazione verbale predominante? La voce umana è stata da sempre un potente strumento per esprimere emozioni, condividere conoscenze e instaurare connessioni emotive. Ma è innegabile che la nostra società moderna abbia perso gran parte del senso dell’importanza della parola parlata e di tutto ciò che essa comporta: tono, allusioni, e una ricchezza di significati che la parola scritta spesso non può esprimere. Il professor Bettini rifletteva sulla solennità e sull’autorità che le parole potevano assumere, per esempio, quando implicavano la declamazione di una legge da seguire o una prescrizione da osservare. Nella Roma arcaica, infatti, non solo la produzione letteraria, ma anche il diritto, si fondava sulla parola parlata. 

Plinio il Vecchio scriveva che la memoria ha la sua casa nell’orecchio, suggerendo che le informazioni sul passato siano trasmesse principalmente tramite l’udito, e non attraverso la vista. Anche il popolo ghanese, che ha una tradizione prevalentemente orale, esprime lo stesso pensiero in questo proverbio citato da Bettini durante l’incontro: “le cose antiche stanno nell’orecchio”.

Nell’antichità i Romani, dunque, ritenevano che le conoscenze di una persona non si acquisissero leggendo, ma ascoltando e apprendendo tramite l’udito.

La potenza della voce nella Roma antica

Ma nella Roma arcaica la parola è anche e soprattutto un evento sonoro. Un contemporaneo di Virgilio, il poeta Giulio Montano, fece una dichiarazione suggestiva: se ne avesse avuta l’opportunità, avrebbe rubato la voce del grande poeta. Questa affermazione evidenzia l’incredibile importanza che la vocalità aveva nella cultura romana. Virgilio era sì famoso per la sua abilità poetica, ma soprattutto per la straordinaria capacità di declamare i suoi versi con una voce che affascinava gli ascoltatori. La bellezza e l’imponenza della sua vocalità rendevano le sue esibizioni memorabili.

La sfida della lingua parlata nel podcasting

Come possiamo collegare questi concetti al mondo dell’audio contemporaneo e, in particolare, al podcasting? Il podcast può cercare di riappropriarsi di una lingua parlata ricca di sfumature, nell’intonazione, nel ritmo, nell’accento, nelle pause e nei silenzi. 

Sappiamo che la voce coinvolge l’ascoltatore in modo più profondo, consentendo una comunicazione più autentica e inclusiva. Come scrive Giuseppe Pontiggia «nell’oralità noi partecipiamo allo sforzo dell’oratore, e siamo suggestionati anche dal rapporto con lui. Siamo suggestionati emotivamente». Tuttavia, troppo spesso utilizziamo la parola parlata con i parametri della lingua scritta. E poiché la scrittura, osserva Pontiggia, è una invenzione recente nella storia dell’umanità, è «assolutamente inadeguata a riprodurre la ricchezza del linguaggio orale, straordinariamente ricco di risorse espressive».

Un esempio significativo di ciò è ancora una volta Giuseppe Pontiggia a raccontarcelo, confrontando le reazioni di due alpinisti, uno dopo aver scalato il Cervino e l’altro dopo aver raggiunto la cima dell’Everest. Il primo alpinista, alla domanda dell’intervistatore su che cosa avesse provato dopo aver raggiunto la cima, rispose con una frase stereotipata, dicendo di sentirsi “vicino a Dio”. Reinhold Messner, invece, rimase in silenzio per un po’, e quando rispose, disse semplicemente: «Ero molto stanco, volevo tornare a casa».
Con il silenzio seguito da poche parole autentiche, Messner aveva in realtà comunicato moltissimo. E questa ricerca di autenticità, empatia e significato, attraverso la parola parlata, dovremmo cercare di far sì che continui ad essere il nucleo stesso dell’esperienza dell’audio e del podcasting.

Fonti

Maurizio Bettini, “Roma, città della parola” (Einaudi, Torino 2022)
Maurizio Bettini, “Echi della parola antica” (Festivaletteratura 2022)
Giuseppe Pontiggia, “Come rendere più espressiva la scrittura” (Marietti 1920 Editore, 2020)

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